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28 Maggio 2019

Giù le mani dalla scuola

Giù le mani dalla scuola

28 May 2019

Mettere nelle aule telecamere di sorveglianza e pretendere che non si parli di politica. Due facce della sfiducia in una istituzione fondamentale

di Roberto Saviano

Mi verrebbe da dire: giù le mani dalla scuola. E giù le mani è una esortazione che dovrebbero cogliere tutti, dalla politica ai genitori, perché le picconate all’istituzione più importante che esista, potrebbero trovare una macabra sublimazione nell’installazione delle telecamere di videosorveglianza, la cui utilità mi sfugge.

Nelle ultime settimane nel calderone c’è tutto: dagli striscioni di protesta alle politiche di Salvini ai provvedimenti presi nei riguardi di alcuni professori che parlerebbero di politica con gli studenti.

Ma ciascuno di noi parla di politica, ovunque e con chiunque. Politica è tutto ciò che ci circonda: come è possibile temere la scienza e la pratica che amministrano lo Stato e danno una direzione alla vita pubblica? L’ho detta da dizionario, ma davvero ogni respiro è politica e allora perché vogliamo che i bambini e i ragazzi ne abbiano consapevolezza il più tardi possibile? Perché la presa di coscienza deve avvenire solo in modo traumatico? In seguito, magari, a un evento che richiede presa di consapevolezza immediata? Perché si nega l’accesso a un processo lento e costante, direi quotidiano di comprensione di un fatto semplice e cioè che non esiste decisione, che non c’è azione che non sia politica?

Da cosa vogliamo proteggerli? E da chi?

L’idea di un individuo come proprietà privata dei genitori (non sto scendendo nei dettagli delle notizie di cronaca perché è tutto talmente frammentario e spesso poco chiaro che a parlare del caso specifico si rischia solo di strumentalizzare le scelte e le azioni di ragazzi che stanno crescendo e cercando la propria strada) fa il paio con l’idea di cittadino come legittimamente impossibilitato nella libera espressione del proprio pensiero. Fa il paio con la interpretazione dell’espressione del libero pensiero come lesa maestà.

Perché poi, effettivamente, tra gli striscioni anti-Salvini rimossi e i cellulari sequestrati, tra gli studenti censurati e gli insegnanti invitati a non fare politica in classe un filo rosso forse c’è, ma andrebbe spiegato. Il tratto comune credo sia la mancanza totale di senso del ridicolo. Non ci si rende conto che il potere – da quello che si esercita sui figli a quello che lo Stato esercita sull’individuo, passando per il controllo dei metodi di insegnamento da parte di chi non ha competenze e che va a detrimento del lavoro degli insegnanti, della scuola e quindi del servizio fornito agli studenti – per prima cosa deve restare credibile e per farlo non deve sottrarsi alla satira, non deve temere le critiche, deve essere aperto al confronto e accettare il cambiamento. Quando il potere non fa questo si copre di ridicolo e perde credibilità.

Perché giù le mani dalla scuola? Perché chi studia, a qualsiasi età, non studia per imparare nozioni, ma per applicare alla vita quotidiana ciò che legge e apprende. Questo è il senso della lettura, questo il senso dell’apprendere. Ma non è una scoperta rivoluzionaria, è un dato di fatto evidente sin dai libri per l’infanzia. Le fiabe, quelle che per prime vengono proposte ai bimbi, nascono tutte con finalità didattiche e, infatti, sono state studiate, sezionate e riadattate anche nei libri per bambini che ci appaiono moderni e legati all’attualità.

In “Le rime di Mariù” Arianna Giorgia Bonazzi racconta la storia di una bimba “diversa” dagli altri bambini e di come reagiscono i grandi di fronte alla stravaganza di una compagna di scuola dei loro figli. È un libro delicato, nato sicuramente dall’osservazione di atteggiamenti discriminatori, ma allo stesso tempo è una favola con tutte le caratteristiche delle favole. Leggerlo serve a capire ciò che spesso non riusciamo a vedere attorno a noi. Questo per dire che, quando a scuola si studiano eventi e dinamiche, è inevitabile il confronto con l’attualità per trovare affinità ma anche divergenze nelle apparenti affinità. Bloccare questi percorsi, additarli come anomali e faziosi, colpevolizzarli con sospensioni o punizioni ai docenti è aberrante perché, credendo di intervenire su un tema specifico, in realtà si sta bloccando un metodo che è quello di studiare il passato per capire il presente. E questo vale per tutto, anche per i sentimenti: storia e letteratura toccano le corde più intime. Enea che abbandona Didone per un’impresa più importante, per un’impresa divina, farà sempre piangere il ragazzo o la ragazza che mentre studia l’Eneide sta soffrendo per un amore non corrisposto.

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