Tutto scuola

30 Agosto 2022

‘La Dad? Solo se necessario’

‘La Dad? Solo se necessario’

30 August 2022

Ipotesi reintroduzione DaD: pubblichiamo di seguito un intervento di Giovanni Cogliandro, Dirigente scolastico dell’I.C. Mozart e dell’IIS J. VON NEUMANN di Roma.

In questi giorni numerosi quotidiani hanno fatto rimbalzare la notizia di un’ipotesi di reintroduzione della DAD anche per gli studenti con patologie diverse dal Covid, in caso di richiesta da parte delle famiglie la cui valutazione sarebbe rimessa all’autonomia delle singole Istituzioni scolastiche. A seguito di tale poco attenta gestione dell’informazione da parte di alcuni giornali vi è stata una precisazione nelle “Indicazioni ai fini della mitigazione degli effetti delle infezioni da Sars-CoV-2 nel sistema educativo di istruzione e di formazione per l’anno scolastico 2022 -2023” diramate congiuntamente dal Ministero dell’Istruzione e dal Ministero della Salute, per cui sembra ormai rientrata una tale possibilità anche se non è ancora certo alla luce di ulteriori dichiarazioni giunte da parte del Ministero della Salute. In particolare nella Domanda frequente (FAQ) numero 6 alla domanda “Gli alunni positivi possono seguire l’attività scolastica nella modalità della didattica digitale integrata?” la risposta netta è “No. La normativa speciale per il contesto scolastico legata al virus SARS-CoV-2, che consentiva tale modalità, cessa i propri effetti con la conclusione dell’anno scolastico 2021/2022.” Alcune riflessioni al riguardo mi sembrano opportune.

Nella mia esperienza di Dirigente scolastico ho potuto osservare come in particolare nel 2020 e nel 2021 l’impatto della DAD sia stato pesante. La nostalgia dello stare in classe si è concretizzata negli sguardi, interrogativi e reciproci tra studenti e docenti, cercati negli schermi nel lungo intermezzo della DAD poi divenuta DDI. Il volto si è contratto, ridotto allo sguardo, che traspariva sopra i contorni delle mascherine, o addirittura a immagine in uno schermo, copia platonicamente diminuita dell’originale sede delle espressioni e delle emozioni la cui percezione è quindi tanto mutata. Il volto per la filosofia del XX Secolo, in particolare la fenomenologia di Lévinas, poi ispiratrice per Derrida e Nancy, è stato l’epifania dell’alterità, un’alterità sempre nuova e non riducibile al medesimo, il mostrarsi del diverso, la possibilità dell’incontro.

La scuola vissuta attraverso gli sguardi è solo una porzione e una mutazione della esperienza scolastica come dovrebbe essere nelle intenzioni della comunità scolastica e del legislatore. L’emergenza ha creato una comunità scolastica semivirtuale, nella quale l’interazione attraverso gli schermi e in particolare attraverso i volti solo a distanza, mentre in classe in presenza risaltavano gli occhi. Una tale dicotomia esperienziale ha generato un’esperienza di scuola che purtroppo si trova nelle condizioni di dover lasciare da parte il volto ma ci fa concentrare su questo spazio più esiguo in cui le emozioni ristagnano, danzano, vogliono comunque manifestarsi.

Occorre approfittare dell’emergenza per una valutazione nuova delle ricchezze insite nella considerazione filosofica della persona, una definizione più ampia del soggetto ancor di più dell’individuo, fruendo delle ultime declinazioni della psicologia delle emozioni, di una valutazione olistica del benessere integrale come obiettivo da conseguire tramite o sviluppo delle capabilities. Come conseguenza i programmi scolastici sono da ripensare in forme totalmente nuove.

Ricordando l’etimologia del termine persona, secondo quanto riscontrabile nei testi di Boezio, tale termine deriva dal verbo latino personare, il gesto espressivo che l’attore compiva parlando con forza attraverso la maschera del teatro classico, per-sonando per in-personare il proprio ruolo. Oggi questi volti mascherati, anche quando eravamo tutti in presenza a scuola, costretti nella maschera, al filosofo non possono non dire l’eccedenza della persona proprio in quello che la contiene.

L’emergenza pandemica ci ha portati a riconsiderare gli spazi e gli ambienti di apprendimento, affinché il profondo cambiamento nella gestione degli stessi al ritorno a scuola con le nuove misure anti-Covid fosse edulcorato con parentesi didattiche ariose e stimolanti.

Un pensiero pedagogico e prima ancora filosofico in grado di rinnovarsi sempre aprendosi a nuove dimensioni della nozione di persona rinnova l’antropologia tipica della filosofia morale utilizzando gli strumenti forniti dall’etica delle virtù, oltrepassando i paradigmi normativista e consequenzialista che si sono sviluppati concentrandosi negli ultimi secoli sulla nozione moderna di soggettività e individualità.

Lo scopo è più ampiamente quello della realizzazione della persona intesa come sempre maggiore attualizzazione delle proprie potenzialità: in questo si può pensare a prendere spunto da quanto suggerito da Martha Nussbaum e da Amartya Sen in tema di capabilities, non limitandosi al sistema dei bisogni e al collegato contesto sistematico e ambientale del lavoro. Si può infatti andare ben oltre, includendo forme di realizzazione intellettuale, artistica, visionaria, se il telos è quindi quello della fioritura latamente intesa ottenuta attraverso l’attualizzazione delle virtù nel vivere concreto.

Le vicende politiche degli ultimi anni ci spingono a rilevare come sia cambiata l’idea stessa di appartenenza, di fronte a una accresciuta pluralità di provenienze culturali e di sensibilità. Al legame con una nazione o territorio si sono aggiunti il sentimento (a volte meramente indotto, a volte sinceramente percepito) di essere cittadini europei e del mondo e una spiccata sensibilità ecologica, oltre alla sempre più rilevante cittadinanza e competenza digitale che differenzia ancora di più socialmente ed economicamente i nostri studenti. Anche l’appartenenza alla comunità scolastica di cui si fa parte è stata di fatto posta in questione, con una partecipazione sempre più intensa a forme di didattica che a volte hanno anche saputo trarre giovamente dalla situazione di continua emergenza. Una tale capacità di adattamento è chiaramente distintiva delle nuove generazioni, per le quali è nota e ormai condivisa la definizione di nativi digitali, ma devo riconoscere con molto apprezzamento che anche per noi docenti e dirigenti si declina con strumenti e iniziative sempre nuovi per cercare di venire incontro alle problematiche e alle provenienze di ciascuno.

Tuttavia ove non fosse strettamente necessario non si deve sacrificare l’esperienza dello stare in classe, non si deve consentire la delegazione all’autonomia delle Scuole di una scelta così rischiosa per il benessere di studenti e docenti. I numerosi segni di frattura comunicativa in atto da alcuni anni tra la Scuola e alcune famiglie, vanno affrontanti in questi mesi con particolare attenzione, per ridurre i rischi derivanti dalla scarsa socializzazione causata dalla pandemia.

Le famiglie hanno rappresentato, quando si sono comportate con saggezza, durante la pandemia un fondamentale punto d’incontro tra docenti e studenti, alcune in particolare hanno supportato docenti e dirigenti e tutti gli attori del microcosmo scolastico e del più ampio territorio in cui esso è collocato, supportando la partecipazione degli alunni, dei genitori, dei municipi, delle istituzioni.

I nostri studenti se percepiscono la vicinanza di docenti e famiglie potranno recuperare velocemente il senso pieno dello stare in classe, a rischio di smarrimento dopo questi due anni di scolarità a corrente alternata tra presenza e assenza, concretezza e virtualità. Il rapporto con i docenti è potenzialmente fruttuoso, bello e fonte di rinnovamento interiore, se realmente si concretizza in un’educazione alla meraviglia e all’armonia, se viene impostato ed espresso nella modalità della bellezza e della fiducia più che in quella dell’autorità, neutralizzando il consueto e tradizionale paternalismo dell’istituzione scolastica. Coglierei l’occasione di queste discussioni sulla DAD per fare i conti a fondo con la centralità di un ambiente di apprendimento concreto, tangibile, gioioso, che non può essere mai pienamente tale se la lontananza e la virtualità prendono il posto della classe.

Credo si debba comunque evitare il rischio di ricorrere a un lessico dettato dalla nostalgia, mentre con ottimistico realismo, anche in una situazione di emergenza continua pur se a intensità variabile o bassa vada sempre ricordata la centralità della vicinanza fisica e della permanenza negli ambienti non virtuali di apprendimento per una piena attuazione delle potenzialità della persona studente (e docente).

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