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Tecnicadellascuola.it – Più risorse agli istituti con maggiori difficoltà sociali, sostiene Philippe Meirieu. Giusto, ma quali concretamente? Gabriele Ferrante

Intervistato qualche tempo fa dal quotidiano Domani, il noto pedagogista francese Philippe Meirieu ha dichiarato: “la scuola è il luogo in cui alunni con storie differenti condividono gli stessi saperi. È il luogo pre-politico in cui si forma la democrazia. Ma perseguire la vera equità, dando più risorse agli istituti con maggiori difficoltà sociali, sottraendole a quelli privilegiati, è una scelta politica che richiede coraggio.”

A partire da questa affermazione, che condividiamo in pieno, ci siamo chiesti cosa significhi concretamente “dare più risorse agli istituti con maggiori difficoltà sociali”. Più risorse significa più soldi, ovviamente, ma più soldi per spenderli come? Di cosa hanno bisogno gli istituti scolastici che si trovano a operare nelle periferie urbane, soprattutto in quelle più degradate, nei quartieri in cui c’è da costruire un’idea di appartenenza e di cittadinanza attiva?

Abbiamo un elenco che comprende almeno sei requisiti essenziali affinché un istituto possa ritenersi attrezzato per affrontare le sue quotidiane sfide pedagogiche:

Intanto, occorre che la nostra “scuola che non c’è” sia bella.  Come riportato da Silvia Merciadri sul magazine online La Mente Pensante, lo studio di un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Torino, in collaborazione con il Department of Economics di Harvard, ha dimostrato l’esistenza di un forte legame tra l’apprezzamento estetico e l’apprendimento: gli stimoli percepiti come “belli” sono quelli che ci consentono di imparare di più. Molte altre esperienze, del resto, dimostrano che un luogo bello influisce positivamente sul lavoro delle persone, sui loro comportamenti e sulle loro emozioni.

Il secondo , il terzo e il quarto punto, sono fortemente interrelati:  la nostra scuola ideale deve, infatti, poter contare su Consigli di classe composti da docenti stabili, motivati, la cui formazione continua li porti ad adottare didattiche inclusive e innovative.

Una delle più belle definizioni di didattica inclusiva  ce la fornisce Daniel Pennac nel suo ormai celebre “Diario di scuola”:  ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa  difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che prova la stessa sinfonia, e se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin o lo scacciapensieri che fa soltanto bloing bloing , la cosa importante è che lo facciano al momento giusto, il meglio possibile… e che siano fieri della qualità che il loro contributo conferisce all’insieme. Siccome il piacere dell’armonia li fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica, forse non in maniera brillante come il primo violino, ma conoscerà la stessa musica… il problema è che vogliono farci credere che nel mondo contino solo i primi violini.

Facile a dirsi, ma come dicevamo, per realizzare tutto questo occorrono motivazione (dove siete, tanto vagheggiati e mai ottenuti stipendi europei?), passione, stabilità, formazione.

Altro punto imprescindibile, un capo d’Istituto che torni a essere sempre più preside e sempre meno dirigente. Un preside attento ai bisogni dei docenti, che sappia fare squadra, incoraggiare, sostenere i professori più giovani. Un preside che entri nelle classi, che conosca i suoi alunni, i loro problemi, le loro famiglie.

Per finire, una scuola aperta il più possibile e il più possibile aperta al territorio. Una scuola che diventi punto di riferimento e di attrazione, che coinvolga  gli alunni e i loro genitori in attività pomeridiane ricreative e culturali.

Abbiamo esaurito i nostri sei requisiti affinché una scuola – soprattutto se opera in contesti urbani difficili – possa considerarsi pronta a esercitare un ruolo di motore socio-culturale nel suo quartiere di appartenenza.

I nostri lettori ne troveranno sicuramente altri, ma la vera domanda è: riuscirà mai il Governo a trovare le risorse economiche che occorrono per realizzare tutto questo? Perché, in caso contrario, per trovare la strada che porta alla scuola che non c’è ci toccherà seguire la seconda stella a destra.

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